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| NON PAGARE QUESTA CRISI - APRIRE UN CICLO DI LOTTE SOCIALI! |
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| Scritto da Francesco | |
| martedì 09 dicembre 2008 | |
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Un contributo del
Collettivo Autorganizzato Universitario
- Napoli
Il 6 agosto il governo ha trasformato in legge il decreto 112, impudentemente chiamato “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria”. Blindando con la manovra d'estate la programmazione economica dei prossimi tre anni, avviando una campagna mediatica di demonizzazione del “posto fisso”, denunciando i supposti sprechi e le inefficienze del servizio pubblico, creando ad arte un clima di emergenza rispetto a cui si deve “riformare” per direttissima e con modalità autoritarie, Berlusconi e la sua cricca credevano di riuscire a evitare le spiacevolezze del dissenso e delle contestazioni.
Ma quello che si nascondeva
dietro al “nuovo” vocabolario fatto di “sviluppo”, “semplificazione”,
“competitività” etc., è stato subito chiaro: tagli, privatizzazioni,
svendita del servizio pubblico, precarizzazione di massa, compressione
dei diritti (soprattutto sindacali), realizzazione repentina dei piani
confindustriali... Un mese dopo, contro la legge 133/08 sono scesi in
piazza allievi, genitori, maestri, professori, studenti medi e universitari,
personale tecnico e amministrativo, bibliotecari, precari dell’insegnamento
e della ricerca… dando vita ad un movimento con una partecipazione
spontanea e di massa che non ha precedenti in anni recenti. Una “riforma” che viene da lontano e che va lontano La legge 133 è un provvedimento di portata devastante che non casca dal cielo. Esso è parte integrante di un processo ormai ventennale di smantellamento dell’istruzione pubblica (scolastica e universitaria) che – implementato da governi sia di centrodestra che di centrosinistra – costituisce a sua volta un importante tassello del più ampio attacco padronale volto a ridisegnare i rapporti fra capitale e lavoro. Un attacco che nel suo complesso continua da almeno 30 anni e che si concretizza in una serie di “riforme” volte a tagliare salari e spese sociali come sanità e pensioni, diffondere ovunque precarietà e insicurezza, comprimere i diritti dei lavoratori per aumentarne lo sfruttamento, consentire al “mondo dell’impresa” di spadroneggiare in ogni ambito della vita sociale. Non c'è nulla di sorprendente quindi se vengono colpite anche scuola e università. Nel quadro di costruzione della potenza imperialista europea, che sta dotandosi di tutti gli strumenti per gareggiare nell'aspra competizione globale, il “Processo di Bologna” (il cui primo incontro si è tenuto nella città italiana nel ’99 e in cui i diversi ministri dell’istruzione europei hanno tracciato le nuove linee di trasformazione del sistema formativo)1 e la “Strategia di Lisbona” (in cui la Commissione europea ha dettato le direttrici principali affinché l’Unione Europea possa diventare “l’economia della conoscenza più competitiva e dinamica del mondo”), hanno formalmente sancito l'assunzione delle direttive europee in materia di istruzione e lavoro, determinando un’accelerazione repentina del processo di “riforma”. Già la famigerata riorganizzazione che ha introdotto il sistema dei crediti e il “3+2”, presentata ideologicamente come “armonizzazione” dei percorsi formativi, ha peggiorato la modalità e la qualità dell'istruzione, e rimarcato le differenze di classe nell'accesso agli studi superiori. Gli studenti, divisi in miriadi di lauree diverse quanto inutili, spesso costretti a lavorare per poter sostenere gli studi, sono stati allo stesso tempo costretti a seguire obbligatoriamente i corsi, a raccattare crediti ovunque, a piegarsi a forme di lavoro non retribuito come gli stage, studiando in modo parcellizzato, ossessivo e meccanico. La progressiva autonomia concessa alle università a partire dal dal 1989 ha fatto il resto, segnando infatti un completo disimpegno dello stato e aprendo la strada all'intervento attivo dei privati nei consigli di amministrazione delle Università. Conviene tuttavia specificare che, seppur in palese continuità con questo processo, i provvedimenti orchestrati da Tremonti, Brunetta e Gelmini non rappresentano sic et simpliciter il vertice di una politica di svilimento dell'intero sistema formativo. Attraverso la quantità dei tagli a finanziamenti e risorse, infatti, tali provvedimenti segnano un passaggio qualitativo, marcano un punto di non ritorno che vale la pena esaminare. È infatti evidente che, con un taglio così drastico dei fondi, il blocco delle assunzioni, la trasformazione delle università in fondazioni di diritto privato, si assesta il colpo finale al carattere pubblico dell’istruzione. Attraverso mezzi crudamente economici, e quindi più radicali, si tenta di portare al suo compimento ultimo l’intero processo pluriennale di “riforma”, concretizzandone e materializzandone i contenuti proprio mettendo gli Atenei in una condizione di dipendenza dai finanziamenti privati e, quindi, incentivandoli a trasformarsi in fondazioni di diritto privato. Il cerchio si chiude: in un colpo solo, attraverso un provvedimento dal contenuto “economico” si determina quel processo di aziendalizzazione che le precedenti “riforme” avevano già avviato. Queste ultime avevano battuto principalmente sul piano della didattica e del suo rapporto con la ricerca (ciò non toglie che la decurtazione delle risorse era stata cospicua e continuata). Adesso, smettendo quasi di erogare i fondi, chiudendo il rubinetto statale, siamo di fronte allo svuotamento del senso stesso dell'Università “pubblica”, la quale non sarà più tale innanzitutto perché dipenderà da finanziamenti di soggetti privati. Questi ultimi avranno quindi gioco facile nell’utilizzare in maniera piena e prepotente tutte le possibilità che le precedenti “riforme” già offrivano loro: per incidere nei processi decisionali degli atenei, nell’organizzazione della didattica, nella definizione dei curricula, nel funzionamento dei dipartimenti, nella definizione del ruolo degli studenti. In questo modo non c'è più bisogno di imporre programmi, di firmare patti di collaborazione, di avviare strategie di interrelazione fra diversi enti: attraverso questo processo di aziendalizzazione forzata, gli atenei sono costretti a inseguire i privati, dandogli la possibilità di decidere direttamente, dall'interno degli organi accademici. In questo senso ci troviamo a un momento di svolta, “il re è nudo”, non c'è più bisogno di trincerarsi dietro indicazioni di massima: con questa stretta sulle risorse si persegue nei fatti un determinato modello di Università. La posta in gioco non è solo economica. Da questo punto di vista, lo slogan “noi la crisi non la paghiamo”, urlato con forza in tutti i cortei e ripetuto in tutta la penisola, indica una strada da percorrere, a patto però che si vada oltre il suo significato superficiale. Non si tratta, infatti, di immaginare che i milioni regalati dal governo ai banchieri per sostenere la crisi finanziaria di questi ultimi mesi siano stati semplicemente sottratti ai fondi destinati all'istruzione: è abbastanza scontato che scuola e università non restino “incontaminate” dalla più ampia ristrutturazione capitalistica in corso. Si tratta, invece, di leggere molto più profondamente dentro lo slogan, mettendo in connessione l'Università e la sua “riforma” con il complesso quadro della crisi di accumulazione che travaglia il capitalismo da almeno trent'anni (e di cui la recente esplosione finanziaria è soltanto l’ultimo, importante, momento di svolta). Rifiutarsi di “pagare la crisi”, quindi, non può voler dire altro che contrastare il più ampio attacco padronale, attivandosi per costruire un vasto schieramento d'opposizione sociale assieme ai lavoratori e agli immigrati, i quali da anni lottano proprio contro le ricette padronali “per uscire dalla crisi”. Del resto, anche i provvedimenti che nel corso del tempo hanno ridefinito i livelli di studio e l’organizzazione della didattica, hanno come matrice ultima il tentativo di contribuire al rilancio dei profitti, da un lato attraverso la ricerca continua di innovazioni tecnologiche spendibili in funzione dell'accumulazione, dall'altro attraverso la formazione di forza-lavoro dotata di un bagaglio minimo di conoscenze ma contemporaneamente dequalificata nella misura necessaria ad aumentarne lo sfruttamento. Assumere come nesso interpretativo la crisi (con la conseguente impossibilità di redistribuire ricchezza attraverso lo Stato sociale, e con la correlata risposta di privatizzazione e mercificazione degli spazi pubblici), ci consente, inoltre, anche di leggere i notevoli peggioramenti delle condizioni di vita dei lavoratori all'interno delle scuole e delle università. Quello che Brunetta va cianciando da mesi viene messo in pratica nell'estensione alla sfera formativa pubblica dei dogmi rigidamente applicati nel settore privato. Anche l’attuale attacco alle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori del “settore pubblico” non rappresenta che una tappa della più ampia ristrutturazione capitalistica e del processo di attacco al salario che già da molti anni investe il “settore privato”. Come per gli studenti, anche per i lavoratori dell’università, pertanto, non si dà possibilità di “non pagare la crisi” senza la consapevolezza di dover costruire l’unità di lotta con chi la crisi la sta già pagando a prezzo di un devastante aumento dei livelli di sfruttamento e una moltiplicazione degli omicidi sul lavoro (cd. “omicidi bianchi”).
A un livello un po'
più alto della gerarchia universitaria, e certo con una sua specificità,
si riproduce una dinamica di oppressione e sfruttamento abbastanza simile.
Nei dipartimenti si agitano figure di lavoratori frammentate in miriadi
di contratti (o che ne sono addirittura privi), ancora incapaci di riconoscersi
nella loro sostanziale identità di condizioni: dottorandi, assegnisti
di ricerca, borsisti a vario titolo... tutti estremamente flessibili,
che subiscono il ricatto e l'insicurezza della propria condizione, e
tuttavia garantiscono il funzionamento dell'Università a condizioni
di retribuzione inesistenti o minime, senza orario fisso di lavoro e
nella più completa mancanza dei diritti fondamentali, costretti a subire
il metodo di “avanzamento”, fraudolento e mafioso, della cooptazione
baronale o assorbiti in un meccanismo alienante che – proprio per
il tramite delle università – sussume la ricerca scientifica e l'innovazione
tecnologica agli interessi di sfruttamento del capitale. Il movimento reale (che abolisce lo stato di cose presenti?) In questo scenario, che qui non potevamo analizzare a fondo, ma della cui gravità dobbiamo essere consapevoli, è comparso il movimento di questi ultimi due mesi. Il corso normale delle cose è stato ovunque interrotto, ci si è riversati per le strade, si sono riempite le piazze: è nata spontaneamente una grande mobilitazione che ha saputo coinvolgere tanti soggetti diversi, nella maggior parte dei casi estranei, fino a questo momento, ad esperienze di militanza. Questo carattere massiccio, inclusivo e spontaneo ma soprattutto autorganizzato della protesta, ne indica sin da subito gli elementi positivi. Il movimento ha intuito la dannosità, la portata devastante, dei provvedimenti governativi, e ha mostrato chiaramente di non aver intenzione di svendere il proprio futuro. Questa è stata una prima vittoria della mobilitazione: smuovere le coscienze dopo anni di annichilimento, prodotti proprio dagli effetti di “normalizzazione” generati dalle “riforme” degli anni scorsi. Fortunatamente gli studenti in lotta stanno già capendo che, a provvedimenti che sono radicali, bisogna rispondere radicalmente; che, opponendosi alla legge 133, non si contrasta solo una distribuzione iniqua di finanziamenti, non ci si oppone solo ad alcune ingiustizie specifiche ma a tutto il modello di Università che le “riforme” degli anni precedenti hanno man mano costruito e che le disposizioni economiche di oggi concretizzano in forma definitiva. Si fa strada la consapevolezza che l’unica possibilità di avanzare è quella di contrastare la totalità delle “politiche neoliberiste” cercando attivamente l'alleanza dei lavoratori. Bisogna dare strumenti e prospettiva a quest'embrionale consapevolezza di non avere alleati nei “piani alti”, di non avere altre alternative per sopravvivere se non quella di spendere la grande partecipazione di massa di queste settimane per costruire un'opposizione sociale più ampia e più consapevole. Un percorso che non ha nulla in comune con le tattiche “concertative” che da più parti si vorrebbero riproporre, ma che anzi si basa proprio sulla consapevolezza dei danni prodotti dalla “concertazione” messa in atto negli anni scorsi dai sindacati confederali, dalle associazioni studentesche e dei docenti, da quelle dei dottorandi dei precari. Fortunatamente oggi il movimento ci spinge in un’altra direzione, non suicida. Oggi il movimento non può materialmente permettersi di lasciare spazio a chi vuole “contrattare al ribasso” in cambio di qualche briciola (o dell’inserimento nei più infimi anelli della catena baronale…), al contrario, dobbiamo fare largo all’idea che l'opposizione ai provvedimenti governativi non può scindersi dall'opposizione ad un intero modello di società, fondato sullo sfruttamento, il controllo, la precarietà. Oggi il movimento può fertilizzare dove il metodo suicida della “concertazione” ha finora sterilizzato. Bisogna, tuttavia, stare attenti. Stiamo, infatti, attraversando una nuova fase: superato il momento della spontaneità e dell’immediatezza, che ha colto di sorpresa le diverse controparti, oggi è necessario rispondere al tentativo di incanalare, sviare, depotenziare, sovradeterminare o reprimere la mobilitazione. Un tentativo che è messo in atto, attraverso strumenti diversi, sia dalla maggioranza di governo che dalla falsa opposizione del PD. Affinché non ci si areni nelle secche in cui molti vorrebbero condurlo, è necessario superare una serie di limiti e di elementi di arretratezza che ancora pesano sulla capacità di estendere, sviluppare e soprattutto radicare la lotta in forme non estemporanee nei luoghi della formazione. Ciò che va superato è innanzitutto un certo particolarismo, purtroppo ancora duro a morire. È fin troppo evidente che il passaggio che la realtà ci impone è quello di trasformare il movimento nel volano di una più vasta opposizione sociale al governo, se non altro perché ormai la legge 133 è passata, mentre la finanziaria è blindatissima: quindi, per provare a vincere, ora bisogna avere la forza di incominciare a far traballare seriamente il governo (e queste ultime settimane di mobilitazione hanno dimostrato che unendosi ai lavoratori la cosa è possibilissima). Eppure, di fronte a questa necessità oggettiva e vitale, vediamo spesso realtà e situazioni rinchiudersi nella propria, ristrettissima, dimensione di ateneo o di facoltà; vediamo esperienze che, anziché evolvere nella giusta direzione – quella, cioè, dell’unificazione tra i settori sociali interessati a sconfiggere le politiche padronali di questo governo reazionario - operano per spezzettare il movimento tra i diversi atenei, tra le diverse facoltà, tra studenti medi e universitari, riproducendo una mentalità ristretta e retrograda, che impedisce di assolvere i compiti che la realtà stessa impone, cullandosi nell’illusione di poter in tal modo controllare un qualche ambito parziale di lotta che, però, in questo modo non potrà che deperire rapidamente. Se vogliamo, invece, evitare di delegare ad altri, nei fatti e magari inconsapevolmente, il soddisfacimento di compiti che sono posti dalla realtà e dalla fase che ormai il movimento attraversa, dobbiamo dotarci di livelli di organizzazione in grado di affrontarli: forme di coordinamento più ampie e inclusive, sui territori, nelle metropoli e sul piano nazionale. Siamo obbligati, ora, a dotarci di strumenti organizzativi più elevati, altrimenti finiremo col delegare nei fatti la nostra rappresentanza a CGIL e PD. La pericolosità del particolarismo è data, del resto, dalle difficoltà con le quali si stenta a comprendere, ad esempio, la necessità di coinvolgere innanzitutto il personale tecnico-amministrativo e bibliotecario degli atenei, pesantemente attaccato dalla legge 133 e dalle riforme precedenti, rispetto al quale la mobilitazione studentesca potrebbe, invece, servire da rampa di lancio per superare, come prima cosa, una serie di pastoie e di “secche” legate al sindacalismo concertativo, che in questo momento ne ostacolano fortemente la partecipazione. La stessa questione della “apoliticità” che molti (reazionari) vorrebbero caratterizzasse il movimento, è strettamente legata alle tendenze particolaristiche. Sono infatti queste ultime che, svilendo e ribassando i compiti del movimento ad una mera contrattazione ateneo per ateneo, o facoltà per facoltà, aprono la strada a quelle concezioni qualunquistiche che isolando la condizione dello “studente” dal contesto sociale più ampio ricadono in un rozzo economicismo, inevitabilmente perdente, incapace com’è di reggere i livelli dello scontro, di contrastare e respingere le manovre strumentali del baronato o i tentativi di infiltrazione della destra. È bene allora ribadire che non esiste alcuna possibilità di sviluppare il movimento se non rivendicandone apertamente il ruolo politico oggettivo, dato che le sue sorti dipendono sempre più dalla sua capacità di affrontare questioni di carattere generale, dal momento che i provvedimenti della 133, come si è detto, non cadono dal cielo, ma esprimono una visione dell’università che è parte integrante di un modello di società basato sullo sfruttamento e la prevaricazione. Ciò è tanto più valido se si considera che, avendo il movimento, nella fase attuale, una funzione generale, è conseguentemente più esposto ai tentativi di sovradeterminazione e repressione. I sostenitori della “apoliticità”, dunque, non intendono altro che compiere, né più e né meno, un' operazione politica, facendo in modo che il movimento rifluisca o che deleghi la propria rappresentanza a qualche politicante. Combattere l'apoliticismo a cui mira in particolare la destra (e grazie a cui la destra fa proseliti), è quindi un obiettivo necessario, vitale, che gli elementi più avanzati del movimento non possono non porsi. Ovvio corollario di questo ragionamento è la necessità urgente di debellare quelle concezioni, pur presenti all’interno del movimento, che ritengono che nell’università si possa o si debba parlare, assolutamente o in prima istanza, solo di questioni strettamente “universitarie”, quali possono essere alcuni aspetti specifici delle ultime “riforme” o altri, non meglio identificati, “diritti dello studente”, senza affrontare problematiche complessive – e politiche – come la crisi (che pure è il leit motiv degli slogan) o la guerra. Tali pratiche, infatti, non fanno altro che legittimare la posizione borghese secondo la quale l’università sarebbe uno spazio “separato” dalla società e impediscono quindi al movimento di dotarsi degli strumenti necessari per reggere il confronto politico che oggi si impone. Al contrario, se vogliamo lavorare fin d’ora affinché questo movimento sedimenti qualcosa, bisogna rivendicare apertamente il ruolo dei compagni, sia organizzativo che teorico, all'interno del movimento, e la conseguente necessità di proseguire l’attività politica anche quando i riflettori sul movimento si saranno spenti. Bisogna approfittare dei momenti di “agitazione” per fare opera di controinformazione e di memoria storica, proponendo iniziative e dibattiti, facendo sedimentare nella memoria collettiva la consapevolezza delle precedenti lotte, per rafforzare ulteriormente la capacità di resistere, all'interno dell'università, ai più ampi processi di attacco alla classe. A tali questioni d’impostazione sono legate anche le forme di lotta. Le “lezioni in piazza”, ad esempio, che sono state un potente strumento propagandistico, hanno certamente inciso nell'opinione pubblica e sono riuscite anche, nella loro straordinarietà, a coinvolgere gli studenti più diffidenti verso la protesta. Ci sono però, in questa pratica, una serie di punti che necessitano di una chiarificazione.
In un certo senso molti
hanno visto nelle lezioni in piazza un fine in sé. Nel tentativo di
legittimarle anche teoricamente si è arrivati a dire che esse esprimevano
un modo di riappropriarsi dal basso dei saperi, che potevano essere
portata in seguito anche intra muros, costringendo il docente
a fare ogni tanto, invece della lezione per la quale è pagato dallo
stato, una lezione alternativa, su temi di attualità. Non si tiene
in considerazione il fatto che i contenuti della didattica non sono
qualcosa di “neutro” e che le stesse riforme degli anni precedenti
hanno cancellato quel che rimaneva di sapere critico da trasmettere.
Nelle Scuole e a maggior ragione nelle Università si veicola un sapere
strutturato secondo certi tempi e funzionale alle esigenze del mercato:
il capitale, infatti, non domina solo attraverso provvedimenti economici
o per mezzo dell’ignoranza, ma anche tramite la sua “cultura”,
persino recuperando ed assorbendo parte dalla cultura antagonista. Riappropriarsi
dei “liberi saperi” senza mettere in discussione i contenuti della
didattica (e magari con l’aiuto di qualche docente) è, quindi, nella
migliore delle ipotesi una pia illusione, nella peggiore un modo come
un altro per leccare il culo a qualche professore... Non c’è, infatti,
riappropriazione senza la costruzione di una soggettività e di una
prospettiva realmente antagonista2. Piuttosto che una lezione
di un docente, dovremmo fare tesoro dello scambio nelle assemblee, nei
luoghi occupati e autogestiti, messi alla prova dalle difficoltà della
protesta, o delle iniziative che vedono la partecipazione di elementi
esterni all'università, come lavoratori e immigrati.
Dopo l'onda c'è
il riflusso? Prospettive di lavoro politico nelle scuole e nelle facoltà Davanti a noi c'è uno spazio immenso che deve essere percorso: ciò che va preparato è proprio una entusiasmante ripresa del lavoro politico nel senso più stretto, della costruzione dopo l'assalto, del consolidamento della propria posizione trincea per trincea, del radicamento di un discorso politico che sappia mettere in discussione il ruolo complessivo dell’università e che sappia alimentarsi delle contraddizioni che l’attraversano (e che non sono altro che quelle generali di questa società). Finalmente, grazie a questo movimento, la presenza di compagni all'interno di scuole di facoltà ha la grande possibilità di smettere di essere un elemento puramente resistenziale o di testimonianza, ma diventa un fattore attivo e ricompositivo per il corpo studentesco e la classe lavoratrice. Si apre la strada ad un lavoro ampio e duraturo, da organizzare nella consapevolezza che sarà un lavoro di lungo periodo. La conclusione del processo di riforma, infatti, non farà altro che acuire i livelli delle contraddizioni che già oggi attraversano l’università e inasprire i molteplici piani di scontro: tra i lavoratori tecnici, amministrativi, precari e le dirigenze accademiche, per la privatizzazione del rapporto di lavoro e il decentramento della contrattazione; tra le masse sempre più numerose di studenti esclusi dai livelli più alti della formazione e i meccanismi sempre più rigidi di selezione, repressione e controllo; tra le aspettative professionali legate alla formazione degli studenti che completeranno il proprio percorso di studi e la crescente dequalificazione di fatto; tra i capitali stessi, in competizione per assicurarsi corsi di laurea favorevoli e “prestazioni d'opera vantaggiose”; tra diverse cordate baronali, espressione di differenti interessi presenti sul territorio, come quelli politici e clientelari; fra Dipartimenti, Atenei, Centri di ricerca, oggi e ancora di più domani in opposizione, magari, per la registrazione di un brevetto, o per accaparrarsi una fetta più grande di finanziamenti. Il nostro compito sarà fare in modo di agire tutte queste contraddizioni, contrastare la riproduzione dell'ideologia dominante, svelare i meccanismi clientelari di mantenimento e trasmissione del potere baronale, smascherare il vero ruolo dell'Università nella società capitalista, la funzione non neutrale della ricerca scientifica; organizzare, in sintesi, la resistenza stabile all’interno dell'università come parte della più ampia resistenza di classe alle politiche del capitale.
Al di là della possibilità
di un “risollevamento” dell'Onda, è certo che ogni lotta, nei prossimi
anni, riecheggerà lo slogan “Noi la crisi non la paghiamo!”, perchè
sarà la crisi stessa ad acuirsi ed ampliarsi: per tutti questi motivi
è necessario ed imprescindibile lavorare, da subito, alla costruzione
di un coordinamento nazionale degli studenti in lotta, che sia
autonomo da partiti e sindacati, espressione reale dell'autorganizzazione
degli studenti, e che si ponga come unico interlocutore di riferimento
per la connessione delle lotte degli studenti con quelle dei lavoratori,
immigrati, disoccupati in una prospettiva di classe. Contro la legge 133! Contro i decreti Gelmini! Costruiamo un coordinamento nazionale degli studenti in lotta!
Apriamo un ciclo
di lotte sociali! Collettivo Autorganizzato Universitario – Napoli |
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